SOLENNITÀ DI TUTTI I SANTI
Domenica 1° novembre 2026 — Arcipretura di Capalbio
Ap 7,2-4.9-14 · Sal 23 · 1Gv 3,1-3 · Mt 5,1-12a
«Ecco la generazione che cerca il tuo volto, Signore»
Una festa che è una visione
Fratelli e sorelle, la liturgia di oggi non ci chiede anzitutto di ricordare, ma di vedere. La prima parola che la Scrittura ci consegna è di Giovanni: «Io vidi». La solennità di Tutti i Santi è una finestra aperta sul cielo, e la Chiesa pellegrina, per un giorno, alza lo sguardo e contempla il termine del proprio cammino. Non è un caso che questa festa cada quando l'anno liturgico volge al suo compimento e la natura stessa, attorno a noi, si spoglia: tutto parla di fine, e la Chiesa risponde parlando di compimento. San Bernardo, nel sermone che la Liturgia delle Ore ci fa leggere oggi, si domanda a che cosa giovi ai santi la nostra lode, dal momento che essi non ne hanno alcun bisogno; e risponde che la memoria dei santi giova a noi: accende in noi il desiderio della loro compagnia e il desiderio di quella stessa patria. Questa è la grazia che oggi chiediamo: un desiderio.
La moltitudine e il numero
L'Apocalisse ci presenta due immagini che sembrano contraddirsi e che invece si illuminano a vicenda. Giovanni prima ode un numero – centoquarantaquattromila, segnati da ogni tribù d'Israele – e poi vede una moltitudine che nessuno può contare. L'udito riceve il numero, la vista riceve l'innumerabile. Il numero non è una cifra statistica ma una confessione di fede: dodici per dodici per mille, cioè il popolo delle promesse, portato a pienezza e moltiplicato oltre ogni misura. È Israele e sono le genti; è la Chiesa intera, nella quale nessuno manca e nessuno è di troppo. Ciò che Dio fa udire come un numero chiuso, l'uomo lo vede come una folla senza confini. Così la salvezza è insieme precisa e sovrabbondante: ciascuno è chiamato per nome e il totale eccede ogni computo.
Il sigillo posto sulla fronte dei servi di Dio richiama il tau che il profeta Ezechiele vide tracciato sulla fronte di coloro che gemevano per le abominazioni di Gerusalemme. I Padri vi hanno riconosciuto il segno della croce ricevuto nel battesimo e nella cresima: siamo segnati, cioè apparteniamo a qualcuno. Prima ancora di ogni nostra fedeltà, c'è un'appartenenza che ci precede. La santità comincia da qui: non da ciò che noi facciamo per Dio, ma da ciò che Dio ha fatto di noi.
Le vesti rese candide nel sangue
La moltitudine è vestita di bianco e tiene in mano rami di palma, segno della vittoria e insieme memoria della festa delle Capanne, quando Israele celebrava il compimento del raccolto e abitava sotto fragili tende per ricordare il deserto. Ma la domanda dell'anziano – «Questi, chi sono e da dove vengono?» – riceve una risposta che rovescia ogni logica umana: hanno reso candide le loro vesti nel sangue dell'Agnello. Nel sangue si lava e si diventa bianchi. È il paradosso della redenzione: la santità non è un candore che l'uomo possiede e custodisce, ma un candore che riceve immergendosi nella Pasqua di Cristo. Sant'Agostino, nel De civitate Dei, osserva che i martiri non sono venerati perché siano essi stessi dèi, ma perché il loro Dio è il nostro Dio: la loro gloria è interamente riflessa. Il bianco dei santi è la luce dell'Agnello sui loro volti.
E vengono «dalla grande tribolazione». Non da una vita risparmiata, ma da una vita attraversata. La santità non è l'assenza della prova, è la prova vissuta con l'Agnello. Questo ci riguarda da vicino: nessuno di noi è esente dalla tribolazione; la differenza è soltanto nel sangue nel quale decidiamo di lavare la nostra veste.
Figli ora, simili a lui allora
San Giovanni, nella seconda lettura, ci offre la grammatica teologica di questa festa in due tempi: un presente e un futuro. «Fin d'ora siamo figli di Dio»: la filiazione non è una promessa, è una realtà in atto, dono di un amore che l'apostolo invita a guardare con stupore – «quale grande amore». E tuttavia «ciò che saremo non è stato ancora rivelato». La santità ha dunque la struttura di un germe: è già tutta data e non è ancora tutta manifestata. Il Concilio Vaticano II, nel quinto capitolo della Lumen gentium, ha ricordato alla Chiesa intera che questa chiamata è universale: non vi è un cristianesimo di serie A per i religiosi e uno di serie B per gli sposi, i lavoratori, gli anziani, i bambini. Tutti sono chiamati alla pienezza della carità, ciascuno nella propria via.
Il compimento della filiazione è descritto con una frase che la teologia ha meditato per secoli: «Saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è». Notate l'ordine: non vedremo perché saremo simili, ma saremo simili perché vedremo. È la visione che trasforma. Benedetto XII, nel 1336, definì che le anime dei beati vedono l'essenza divina con visione intuitiva e faccia a faccia, senza la mediazione di alcuna creatura; e san Gregorio di Nissa, commentando la sesta beatitudine, spiegava che vedere Dio non è possedere una definizione di lui, ma portarne l'immagine ripristinata nel proprio cuore purificato, come in uno specchio tornato limpido. Il salmo responsoriale lo diceva con il linguaggio dei pellegrini che salgono al tempio: «Chi potrà salire il monte del Signore? Chi ha mani innocenti e cuore puro». E poi, quasi a rispondere a se stesso: «Ecco la generazione che cerca il tuo volto». I santi sono questo: la generazione di coloro che hanno cercato un volto. E san Giovanni conclude con una nota che non dobbiamo lasciar cadere: «Chiunque ha questa speranza in lui, purifica se stesso». La speranza non è un'attesa passiva; è una forza che lavora, che purifica, che rende l'uomo conforme a ciò che spera.
Il ritratto del Figlio
Il Vangelo, infine, ci consegna le Beatitudini, che la tradizione ha sempre letto come il programma del Regno e che la liturgia di oggi ci fa leggere come il ritratto dei santi. Matteo ci mostra Gesù che sale sul monte e si siede: è il nuovo Mosè, che non riceve la Legge ma la promulga con la propria autorità; ed è il Maestro che siede, nella postura dell'insegnamento. Le otto beatitudini, racchiuse dall'inclusione «di essi è il regno dei cieli», al presente, mentre tutte le altre promesse sono al futuro, dicono che il Regno è già posseduto da chi vive così, anche se la sua manifestazione è ancora attesa.
Ma la cosa più profonda è che le Beatitudini non sono anzitutto un elenco di virtù da conquistare: sono un autoritratto. Chi è povero in spirito se non colui che, essendo ricco, si è fatto povero? Chi è mite se non colui che disse: «Imparate da me, che sono mite e umile di cuore»? Chi ha pianto, chi ha avuto fame e sete di giustizia, chi è stato misericordioso, chi ha avuto il cuore puro, chi ha fatto la pace nel proprio sangue, chi è stato perseguitato per la giustizia, se non Gesù stesso? San Leone Magno, nei suoi sermoni sulle Beatitudini, osserva che il Signore insegna soltanto ciò che egli per primo ha vissuto. I santi sono beati perché sono stati conformati a questo ritratto; e la varietà sterminata dei santi – vergini e sposi, dottori e analfabeti, re e mendicanti, martiri dei primi secoli e martiri del nostro tempo – mostra che l'unico volto di Cristo può risplendere in ogni condizione umana. Papa Francesco, nella Gaudete et exsultate, ha chiamato le Beatitudini «la carta d'identità del cristiano»: a chi ci chiede chi siamo, non dovremmo rispondere con una dottrina, ma con una vita.
Una festa per noi
Questa solennità ha una storia che vale la pena ricordare. Nacque a Roma: quando Bonifacio IV, all'inizio del VII secolo, dedicò il Pantheon – il tempio di tutti gli dèi – alla Madre di Dio e a tutti i martiri, il cristianesimo compì uno dei suoi gesti più eloquenti: là dove i pagani avevano raccolto le divinità, la Chiesa raccolse i testimoni; al posto degli dèi, gli uomini divinizzati dalla grazia. Un secolo dopo Gregorio III dedicò in San Pietro un oratorio a tutti i santi, e nel IX secolo la festa fu estesa a tutta la Chiesa d'Occidente al primo di novembre. Dietro una data del calendario c'è dunque una convinzione: il cielo non è popolato da potenze estranee, ma da fratelli e sorelle, da gente della nostra stessa carne, che ha creduto e ha amato.
Domani, nella Commemorazione dei fedeli defunti, questa stessa comunione si volgerà verso coloro che ci hanno preceduto e che ancora attendono la purificazione piena. I due giorni sono inseparabili: la Chiesa della gloria, la Chiesa della purificazione e la Chiesa del cammino sono un solo corpo. Il Prefazio che fra poco canteremo lo dirà meglio di ogni commento: oggi celebriamo la Gerusalemme celeste, nostra madre, dove i nostri fratelli già lodano Dio in eterno, mentre noi, pellegrini nella fede, ci affrettiamo verso la città santa. Nell'Eucaristia questa distanza si annulla per un istante: sull'altare il cielo e la terra si toccano, e la moltitudine che nessuno può contare canta con noi il Sanctus.
Chiediamo allora una grazia sola, quella che san Bernardo poneva al centro della festa: il desiderio. Desiderare i santi, desiderare la loro compagnia, desiderare la patria che essi già abitano. Perché, come scriveva sant'Agostino, non è per sentito dire che impariamo la via del cielo: essa è stata percorsa da uomini e donne come noi, e la loro fatica ci dice che è percorribile. Fin d'ora siamo figli di Dio; cerchiamo il suo volto, e diventeremo ciò che vedremo. Amen.