COMMEMORAZIONE FEDELI DEFUNTI
Lunedì 2 novembre 2026 — Arcipretura di Capalbio
«Io lo so che il mio Redentore è vivo»
Il giorno dopo
Fratelli e sorelle, ieri la Chiesa ha alzato lo sguardo verso la moltitudine immensa che nessuno può contare; oggi lo abbassa sui nomi che ciascuno di noi porta nel cuore. Le due giornate sono un'unica festa della comunione dei santi vista da due lati: ieri la Chiesa della gloria, oggi la Chiesa che ancora attende la purificazione piena. Non è un caso che la liturgia le abbia accostate. Quando, nell'anno 998, sant'Odilone, abate di Cluny, stabilì che nei monasteri della sua congregazione il giorno successivo a Tutti i Santi fosse dedicato alla memoria di tutti i defunti «di ogni luogo e di ogni tempo», compiva un gesto teologico prima che devozionale: nessun battezzato è dimenticato, nessuno è escluso dalla preghiera della Chiesa. Quella disposizione monastica divenne in pochi secoli la consuetudine della Chiesa intera. Noi oggi la raccogliamo con la stessa fede, e le letture che abbiamo ascoltato ci dicono su che cosa questa fede si fonda.
.La parola scolpita nella roccia
La prima lettura ci fa ascoltare la voce di Giobbe nel punto più basso della sua discesa. Ha perduto i figli, i beni, la salute; gli amici, venuti a consolarlo, si sono fatti accusatori. E proprio da questo abisso sale un desiderio che ha la forma di un testamento: «Oh, se le mie parole si scrivessero, se si fissassero in un libro, fossero impresse con stilo di ferro e con piombo, per sempre s'incidessero sulla roccia!». Giobbe vuole che qualcosa resti. È il desiderio di ogni uomo davanti alla morte: che la propria parola, la propria vita, non si disperda. E ciò che Giobbe vuole incidere nella roccia è una sola frase: «Io so che il mio redentore è vivo e che, ultimo, si ergerà sulla polvere!».
La speranza che non delude
San Paolo, nella lettera ai Romani, dà a questa speranza il suo fondamento: «La speranza non delude, perché l'amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato». Il verbo è quello delle acque che tracimano: l'amore di Dio non è stato distribuito con misura, è stato riversato. E la prova di questo amore non è un sentimento, ma un fatto: «Cristo morì per gli empi nel tempo stabilito». L'Apostolo osserva che a stento si muore per un giusto; Dio invece ha dato il Figlio quando eravamo ancora peccatori. Da qui l'argomento che regge tutta la liturgia di oggi, costruito su un «a maggior ragione»: se siamo stati riconciliati quando eravamo nemici, molto più, ora che siamo riconciliati, saremo salvati mediante la sua vita. Chi ha fatto il più non lascerà incompiuto il meno. Chi ha dato il Figlio ai nemici non abbandonerà gli amici nella morte.
È questo il fondamento della preghiera per i defunti. Noi non preghiamo per loro perché dubitiamo dell'amore di Dio, ma perché ne siamo certi; non per piegare la sua volontà, ma per entrare nella sua opera. L'amore riversato nei nostri cuori ci rende partecipi della riconciliazione che Cristo ha compiuto, e questa partecipazione non si interrompe alla soglia della morte. La Chiesa lo ha sempre creduto: già Tertulliano, all'inizio del terzo secolo, annoverava tra le consuetudini apostoliche le offerte per i defunti nel giorno anniversario, e le iscrizioni delle catacombe chiedono per i morti pace e refrigerio. Il Concilio di Trento definì che le anime dei defunti sono aiutate dai suffragi dei fedeli e soprattutto dal sacrificio dell'altare, e il Catechismo della Chiesa Cattolica, ai numeri 1030-1032, raccoglie questa fede nella dottrina della purificazione finale, che chiamiamo purgatorio, radicandola nel secondo libro dei Maccabei e nella pratica costante della Chiesa.
Che io non perda nulla
Il Vangelo, infine, ci consegna la parola più consolante che oggi potessimo ascoltare, e la consegna dalla bocca stessa di Gesù: «Questa è la volontà di colui che mi ha mandato: che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma che lo risusciti nell'ultimo giorno». Siamo nel discorso del pane di vita, nella sinagoga di Cafarnao, e per quattro volte in questo capitolo risuona la stessa promessa: «Io lo risusciterò nell'ultimo giorno». È un ritornello, quasi una litania, e la Chiesa lo ha preso in prestito per il suo canto al Vangelo di oggi. Notate che Gesù non dice «che io non perda nessuno», ma «che io non perda nulla»: il neutro è più forte del maschile, abbraccia l'intero, l'uomo con tutta la sua storia, il corpo e l'anima, nulla escluso. Il Padre ha affidato al Figlio un dono, e il Figlio ne risponde fino all'ultimo frammento.
La memoria all'altare
Il Prefazio che fra poco canteremo riassumerà tutto in una frase che i Padri avrebbero sottoscritto: ai tuoi fedeli, Signore, la vita non è tolta, ma trasformata; e mentre si distrugge la dimora di questo esilio terreno, viene preparata un'abitazione eterna nel cielo. Oggi, nei nostri cimiteri, davanti ai nomi incisi nella pietra, torneremo con la mente alla parola che Giobbe voleva incidere nella roccia. Quei nomi sono scritti anche altrove, nel libro di Colui che non perde nulla di quanto il Padre gli ha dato. Preghiamo dunque per i nostri morti con la fede di Giobbe, con la certezza di Paolo, con la promessa di Gesù; e chiediamo per noi la grazia di poter dire un giorno, come sant'Ambrogio sul letto di morte, che non abbiamo paura di morire, perché abbiamo un Signore buono. Amen.